L’architettura che l’intelligenza artificiale non sa ancora abitare

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Nel documentario immersivo di Wim Wenders dedicato a Peter Zumthor, lo spazio nasce dall’incontro fra materia, tempo, corpi e memoria. Un modo di vedere l’architettura molto distante dalle immagini perfette e istantanee prodotte dai modelli generativi.

L’intelligenza artificiale sa immaginare edifici che non esistono. In pochi secondi può combinare cemento, vetro, paesaggi estremi e geometrie impossibili, simulare l’estetica di un maestro e produrre variazioni potenzialmente infinite. Quello che ancora non sa fare è entrare davvero in uno spazio, avvertirne la temperatura, ascoltarne il silenzio, misurare la distanza fra il corpo e una parete. Questa differenza emerge con particolare forza da From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor, il documentario in 3D realizzato da Wim Wenders e presentato fuori concorso a Venezia 83.

L’immagine architettonica generata tende a privilegiare il momento conclusivo: l’edificio perfettamente illuminato, privo di cantiere, manutenzione e conflitto. Zumthor lavora invece sulla durata che precede e segue quell’istante. Materiali scelti per invecchiare, dettagli che cambiano con la luce, superfici che conservano tracce e percorsi che rallentano il corpo trasformano il progetto in un’esperienza temporale. È proprio questa continuità, difficile da ridurre a un singolo fotogramma, a separare uno spazio immaginato da uno spazio vissuto.

Il film è stato girato nell’arco di oltre quattordici anni e segue l’opera e il pensiero di Peter Zumthor, architetto svizzero e premio Pritzker. Wenders non costruisce una lezione illustrata né una successione di edifici spettacolari. Cerca piuttosto di trasformare l’architettura in esperienza cinematografica, osservandola attraverso visitatori, abitanti, artigiani e persone che utilizzano quei luoghi. La tecnologia 3D non serve a esibire un effetto, ma ad avvicinare lo spettatore alla percezione fisica dello spazio.

Il cinema stereoscopico di Wenders affronta lo stesso problema da un’altra direzione. La tridimensionalità non serve soltanto a produrre spettacolo, ma a restituire distanza, volume e presenza. Lo spettatore non può toccare la materia, tuttavia percepisce quanto un muro sia vicino, quanto una soglia richieda un movimento e come la luce attraversi un ambiente. La macchina da presa diventa un corpo sostitutivo: non descrive semplicemente l’edificio, prova a misurare il rapporto fra architettura e osservatore.

È una prospettiva utile per comprendere anche il limite delle immagini architettoniche generate dall’AI. I modelli sono straordinariamente efficaci nel riconoscere e ricombinare forme. Possono riprodurre il vocabolario visivo del brutalismo, del modernismo o dell’architettura organica; possono suggerire materiali e atmosfere, produrre concept e accelerare la fase di esplorazione. Ma lavorano su rappresentazioni bidimensionali, descrizioni e relazioni statistiche. Conoscono l’immagine del cemento, non il suo peso. Conoscono la luce che attraversa una finestra, non il tempo necessario perché quella luce cambi durante la giornata.

Per un progettista, l’AI può comunque essere uno strumento fertile se viene collocata nella fase giusta. Può moltiplicare ipotesi, esplorare atmosfere e mettere in discussione una prima soluzione. Il problema nasce quando una visualizzazione convincente viene scambiata per una verifica. Struttura, accessibilità, clima, acustica e comportamento dei materiali non possono essere dedotti dalla bellezza dell’immagine. La generazione deve restare una domanda rivolta al progetto, non la prova che il progetto funzioni.

Il lavoro di Zumthor si colloca quasi all’opposto della velocità generativa. Ogni progetto viene sviluppato lentamente, corretto durante la costruzione e perfezionato nel rapporto con il luogo, come un’opera che non può essere completamente prevista prima di esistere. È un processo nel quale il dubbio, l’attesa e la materia partecipano alla decisione. L’AI, al contrario, tende a presentare immediatamente una soluzione compiuta e seducente, cancellando visivamente il percorso, i vincoli e le rinunce che l’hanno resa possibile.

C’è anche una responsabilità verso chi costruisce. Le immagini istantanee cancellano facilmente lavoro, competenze artigiane, provenienza dei materiali e condizioni del cantiere. Un’architettura reale nasce da negoziazioni, errori e adattamenti che nessun render mostra. Se l’AI entra nel processo, dovrebbe aiutare a rendere visibili queste relazioni invece di produrre soltanto superfici seducenti. L’innovazione non consiste nel rimuovere la materia, ma nel comprenderla meglio prima di trasformarla.

Questo non significa che l’intelligenza artificiale sia incompatibile con l’architettura. Può analizzare alternative, simulare consumi, sostenere la progettazione e rendere accessibili forme di visualizzazione prima molto costose. Ma il rischio è confondere la capacità di rappresentare un edificio con la capacità di progettarlo e, soprattutto, di comprenderlo. Un’architettura non è soltanto ciò che appare in un’immagine: è ciò che accade quando una persona la attraversa, vi lavora, la modifica e la ricorda.

Il film di Wenders suggerisce quindi una misura per valutare le future architetture generate o assistite dall’AI. Non chiedere soltanto se siano nuove, spettacolari o perfettamente renderizzate, ma se possano essere abitate. Perché un algoritmo può produrre diecimila variazioni di uno spazio; soltanto il corpo umano può stabilire se, dentro quello spazio, esista davvero un luogo.

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  1. La Biennale di Venezia — From Inside Out: The Architecture of Peter Zumthor